Frammentate e ricostruite: la forza della sopravvivenza

“È nel momento più freddo dell’anno che il pino e il cipresso, ultimi a perdere le foglie, rivelano la loro tenacia.”
Confucio

Il Potere delle Storie

Nell’articolo precedente “Il Bello delle Donne” vi ho parlato di come le favole, le fiabe e i racconti in genere, siano estremamente terapeutici nello stimolare la ricostruzione dell’io. Quando leggiamo una storia ne siamo catturati tramite l’ascolto interiore.
Entriamo, cioè, in diretto contatto con quella sensibilità che è in grado di decodificare qualunque simbolo, qualunque messaggio ci giunga. Si tratta della capacità della nostra Anima di cogliere il significato nascosto delle cose.
È per questo che le “storie” parlano alla nostra Anima. Clarissa Pinkola Estés dice:

“Osso dopo osso, capello dopo capello, la Donna selvaggia ritorna. Attraverso i sogni notturni, attraverso eventi a metà compresi e a metà ricordati, la Donna Selvaggia ritorna. Attraverso le storie ritorna.”

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“Foto di Marta Bevacqua©, per gentile concessione- http://www.martabevacquaphotography.com
Tutti i diritti riservati”

La storia che vi propongo oggi è “La Loba”. Questo racconto ha il compito di indurci a “raccogliere” tutte le sfumature di noi stesse, vuole insegnarci a riunire le parti della nostra personalità che si sono disgregate nel tempo, vuole insegnarci ad amare ciò che siamo. E’ un invito a recuperare i brandelli della nostra Anima dopo un dolore, dopo una sconfitta, dopo un errore per ricostruire la nostra forza, per ricordarci chi siamo. Leggiamo insieme:

“C’è una vecchia che vive in un luogo nascosto che tutti conoscono ma pochi hanno visto. Come nelle favole dell’Europa Orientale, pare in attesa di chi si è perduto, di vagabondi e cercatori. È circospetta, spesso pelosa, sempre grassa, e desidera evitare la compagnia. Emette suoni più animaleschi che umani.
Dicono che viva tra putride scarpate di granito nel territorio indiano di Tarahumara. Dicono sia sepolta alla periferia di Phoenix, vicino ad un pozzo. Dicono che è stata vista in viaggio verso il Monte Alban (Ndr Vecchio Messico) su un carro bruciato, con il finestrino posteriore aperto. Sta accanto alla strada poco distante da El Paso, dicono; cavalca impugnando un fucile da caccia insieme ai coltivatori verso Morelia, Messico; l’hanno vista avviarsi al mercato di Oaxaca con strane fascine sulle spalle. Ha molti nomi: La Huersera, La Donna delle Ossa; La Trapera, La Raccoglitrice, La Loba, La Lupa.

L’unica occupazione della Lupa è la raccolta delle ossa. Notoriamente raccoglie e conserva in particolare quelle che corrono il pericolo di andare perdute nel mondo. La sua caverna è piena di ossa delle più varie creature del deserto: il cervo, il crotalo, il corvo. Ma si dice che la sua specialità siano i lupi. Striscia e setaccia le montagne e i letti prosciugati dei fiumi, alla ricerca di ossa di lupo, e quando ha riunito un intero scheletro, quando l’ultimo osso è al suo posto e la bella scultura bianca della creatura sta davanti a lei, allora siede accanto al fuoco e pensa quale canzone cantare.
E quando è sicura, si leva sulla creatura, solleva su di lei le braccia e prende a cantare. Allora le costole e le ossa delle gambe cominciano a ricoprirsi di carne e le creature si ricoprono di pelo. La Lupa canta ancora, e quasi tutte le creature tornano alla vita, con la coda ispida e forte che si rizza.

E ancora la Loba canta e il lupo comincia a respirare. E ancora la Loba canta così profondamente che il fondo del deserto si scuote, e mentre lei canta il lupo apre gli occhi, balza in piedi e corre lontano giù per il canyon.
In un momento della corsa, per la velocità della corsa medesima, o perché finisce in un fiume, o perché un raggio di sole o di luna lo colpisce sulla schiena, il lupo è d’un tratto trasformato in una donna che ride e corre libera verso l’orizzonte. Così si dice che, se vagate nel deserto, ed è quasi l’ora del tramonto, e vi siete un po’ perduti e siete stanchi, allora siete fortunati perché forse La Lupa può prendervi in simpatia e mostrarvi qualcosa, qualcosa dell’anima.”

Tratto da “Donne che corrono coi Lupi” di Clarissa Pinhola Estés

Le Ossa: ricostruire il nostro “io” profondo

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“Foto di Marta Bevacqua©, per gentile concessione-
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Questa lettura, seppure breve, ha in sé una verità cristallina. Ciascuna di noi, molto spesso, deve ricominciare più e più volte, in diverse condizioni. Ciascuna di noi si ritrova ad essere un piccolo mucchio di ossa disperso in un deserto indefinito, coperto dalla polvere del ricordo che impedisce di “vedere” e di ritrovare la via per tornare a casa. È compito nostro mettere insieme il nostro scheletro, e si tratta di un percorso impegnativo.
Occorre affrontarlo usando la luce del giorno, quando si vede meglio ogni particolare. Ciò significa iniziare questa ricerca illuminando i resti, guardando con la luce della consapevolezza, della realtà, cosa è rimasto di noi, dopo un trauma, dopo un dolore, dopo un lutto, dopo una sconfitta, dopo un tradimento, dopo un abbandono, dopo un amore finito. Che cosa dobbiamo fare per sopravvivere al dolore e riprenderci la nostra vita.
La Lupa ci mostra che cosa dobbiamo cercare, è la forza vitale che è in noi: sono le ‘ossa’. La Donna delle Ossa canta sullo scheletro del lupo, alzando le braccia al cielo, vicino al fuoco acceso. Sono indicazioni importanti, ci dicono di intraprendere il cammino di ricostruzione mettendo insieme le nostre ‘ossa’, ovvero i nostri tratti distintivi: chi siamo, da dove siamo venute, quali sono i valori che ci rappresentano, quali sono i nostri bisogni primari, quali i nostri sogni, i desideri, quali i talenti e i doni personali che premono per uscire alla luce.
E La Lupa fa questo alzando le braccia verso il cielo e sopra la creatura: per noi significa ritrovare il collegamento con la nostra spiritualità, ritrovare il divino in noi, la sua espressione nei gesti di ogni giorno, nel dono di sé, nel nostro modo di essere creativi, nella presenza e testimonianza di ciò che siamo attraverso quello che facciamo.
È la presa in carico delle capacità che abbiamo, sia quelle espresse, sia quelle che ancora dobbiamo esternare e perfino scoprire. Per spiritualità qui si intende il ricongiungimento dell’Anima alla propria essenza: il Sé Superiore. Alzare le braccia al cielo, pertanto, è tendere alla nostra Anima, è richiamare a noi l’energia ancestrale che governa tutto l’universo e della quale siamo tutti permeati.

Il Fuoco: l’Amore per ciò che “siamo”

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“Foto di Marta Bevacqua©, per gentile concessione-
http://www.martabevacquaphotography.com Tutti i diritti riservati”

E che significa fare questo accanto al fuoco acceso? Significa “raccogliere ciò che resta di noi, ciò che siamo” con amore. Amore per noi stesse perché siamo impegnate in uno sforzo immane, perché è un viaggio difficile e intenso. Significa riscaldarci al fuoco dell’accettazione totale di tutti i nostri aspetti, compreso la bruttura delle ossa scarne (la perdita dell’energia, dell’entusiasmo, del sorriso, il senso di fallimento).
Vuol dire concedersi di sentirsi stanche, di permettere alla nostra fragilità di manifestarsi proteggendola col calore della comprensione per questi nostri sentimenti, emozioni. Il fuoco acceso (la comprensione, l’amore e l’accettazione totale di noi stesse), aiuterà il nostro “canto” interiore (le parole della nostra ricostruzione, del nostro ritrovarci, la lista dei nostri talenti, il nostro diario, le nostre poesie) a far comparire la “nuova” carne sul nostro scheletro, la “nuova vita”.

…perché noi siamo una scintilla divina che brilla sotto la polvere delle difficoltà, sotto l’armatura che ci siamo costruite per sopravvivere al dolore, sotto le maschere che abbiamo dovuto indossare per non essere annientate…

Vitiana Paola Montana

Ricostruirsi, dopo un dolore, dopo lo smarrimento, rinascere dopo una sconfitta, oppure perché ci siamo perse e non sappiamo quando è successo e perché, è un lavoro importante. Da queste “ossa” la Donna ricava la sua forza vitale, rientra in possesso della conoscenza ancestrale che le appartiene da secoli.
La Lupa è l’Archetipo della Madre dei Giorni, nei miti è colei che “conserva” l’essenza del femminino per consentire alla Donna di richiamarla a sé non appena è pronta per “tornare a casa”, tornare cioè, ad essere se stessa: completa, fiera, unita alla propria Anima. La Lupa ci insegna il potere della trasformazione che subisce la nostra psiche quando decidiamo di riprenderci il nostro potere interiore.
La Lupa è definita “colei che sa”, la portiamo dentro, è presente in ogni donna. Possiamo accedere a questa conoscenza antica entrando dentro di noi nel lago profondo che abbiamo nell’Anima, un luogo tutto nostro, nel quale ci rifugiamo quando “torniamo a casa”. Ci arriviamo con la meditazione, con la scrittura, dipingendo, danzando, pregando o facendo qualsiasi cosa che richieda un elevato grado di concentrazione, di consapevolezza ispirata.

Rinascere a se stesse

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“Foto di Marta Bevacqua©, per gentile concessione-http://www.martabevacquaphotography.com Tutti i diritti riservati”

È così che la Donna si immerge nuovamente nel suo lago interiore, lo fa nel momento in cui prova una necessità struggente di “creare”, quando sente questo desiderio profondo di “generare” qualcosa anche se le sfugge di cosa si tratta, quando lo intravede solo come un’ombra indefinita.
È la fase che precede la creazione, di un’idea, di un oggetto, di uno stato emotivo, di un’opera d’arte, di un cambiamento profondo, è la fase che precede il suo “raccogliere le ossa”, mentre sta “tornando a casa”. Con questa premessa, ci avvieremo alla scoperta di questo percorso interiore, impareremo come fare, come procedere per ritrovare “ciò che siamo sempre state”.
Quando iniziamo il viaggio interiore verso noi stesse, probabilmente cadremo e ci rialzeremo molte volte. Non sarà facile ma è indispensabile. La Donna non può vivere se stessa spaccata a metà, lasciando fuori dalla porta della sua coscienza la propria Anima.
La Lupa è qui per ricordarci di essere “creature fiere di avere un’Anima scintillante”. Si tratta di un’Anima che non è limitata dalle leggi create dall’uomo, né dalle approvazioni altrui e neppure da modelli ai quali dovremmo conformarci.

Abbiamo fatto il primo passo per iniziare a “raccogliere le nostre ossa”. Iniziamo a tenere un diario, scriviamo e scaviamo nella memoria per ritrovare la prima di queste “ossa”. Potrebbe essere un traguardo che abbiamo raggiunto in passato, un episodio che ci ha viste soddisfatte di quello che avevamo realizzato, un momento felice, qualcosa che abbiamo fatto bene, qualcosa che riguardi noi stesse, solamente noi stesse. Ritroviamo le tracce di ciò che dice “chi siamo”, di quello che racconta la nostra storia interiore. Il diario è importante poiché ci aiuta a collocare “le ossa” (i nostri tratti distintivi) in modo cronologico e questo è importante perché ci descrive lo sviluppo del nostro percorso, da dove siamo partire e a che punto del “viaggio” ci troviamo.

Invito principalmente le lettrici, a scrivere nei commenti le loro esperienze di superamento della sofferenza, di come abbiamo elaborato le proprie sfide e come siano “rinate” dopo un momento difficile. Le storie aiutano a crescere e condividere le proprie esperienze con gli altri è un potente motore per tutti.
Il prossimo articolo di riflessione sarà dedicato al ‘predatore psichico’, il Barbablù che si nutre delle nostre ferite interiori. Prima di concludere, vi lascio un’infografica sulla situazione attuale dei femminicidi:

Femminicidio: tutti i numeri nell’infografica di Unicusano
Infografica a cura della Facoltà di Psicologia Università Niccolo’ Cusano

A presto.

Vitiana Paola Montana

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