Scegliere di rinascere…in vita

La metamorfosi interiore, per realizzarsi, ha necessità di essere agita. Tergiversare o rimandare il cambiamento, mina le basi della scelta.

Trasformare la propria identità è possibile. Possiamo farlo a qualunque età e da qualunque punto di partenza, in ogni situazione che stiamo vivendo.

E così un giorno accade, a chiunque. Improvvisamente la vita che si sta vivendo smette di corrispondere a chi siamo diventati o, probabilmente, a chi si vorrebbe diventare. La reazione più comune che noi esseri umani abbiamo in questo frangente è, spesso, aspettare.

Ma aspettare cosa? A volte un segnale esterno abbastanza forte da giustificare il cambiamento, oppure un ‘permesso’ che non sappiamo darci da soli.  L’esempio più classico: odio il mio lavoro ma non ho il coraggio di licenziarmi; quando il datore di lavoro mi comunica il mio licenziamento per problemi dell’azienda, io mi sento sollevato nonostante la cattiva notizia (segnale esterno).

In questo articolo vorrei parlarvi di un’altra possibilità, sicuramente meno drammatica di quella citata come esempio, ma che risulta essere molto più esigente nei confronti della nostra disponibilità al cambiamento: scegliere di reinventarsi prima che la vita ce lo imponga, attraversando consapevolmente ciò che va lasciato andare affinché qualcosa di nuovo possa prendere forma.

Il mito della soglia necessaria. 

Siamo abituati a credere che una vera trasformazione debba passare attraverso una frattura: una malattia, la morte di una persona cara, un insuccesso. Una rottura abbastanza violenta da sgretolare quella sensazione di immobilità che ci tiene fermi. È un’idea che circola molto, quasi nessuno la mette in dubbio, proprio perché offre una consolazione seducente: fintanto che il colpo non arriva, non abbiamo l’obbligo di fare nulla.

Stare in attesa della crisi è una posizione di passività, e per di più rappresenta l’alibi perfetto: scarichiamo su una circostanza esterna, o su qualcun altro, la responsabilità di quello che dovremmo fare per noi stessi. Se cambio perché sono stato costretto, non ho dovuto scegliere. Non ho, cioè, dovuto assumermi il rischio di voler diventare altro. Ma la crisi è solo una delle strade verso la trasformazione, non l’unica e nemmeno la più efficiente.

È semplicemente la più comoda, quella che si racconta meglio, perché ha una trama: il prima, la rottura, il dopo. La scelta deliberata non ha questo aspetto drammatico. Non ha un evento da indicare come causa scatenante. Per questo motivo viene percepita come meno reale, meno legittima. Eppure è l’unica forma di trasformazione che non richiede sofferenza come biglietto di ingresso.

Perché nasca il nuovo, qualcosa deve morire. 

Trasformarsi, diventare diversi, implica che necessariamente qualcosa sparisca. Non in senso vago e metaforico, ma letteralmente; quella versione di noi stessi cui ci siamo aggrappati per anni, oppure un ruolo che da tempo non ci rappresenta più ma che continuiamo a recitare per inerzia o per paura del vuoto che si aprirebbe se avessimo il coraggio di lasciarlo andare, di mollare la presa. Le culture che hanno codificato i riti di passaggio, dall’iniziazione tribale alla morte e resurrezione simbolica di tante tradizioni religiose e mitologiche, avevano capito qualcosa che la cultura contemporanea tende a rimuovere: non si passa da uno stato all’altro senza attraversare una soglia priva di identità, un momento (un frangente) in cui non si è più ciò che si era e non si è ancora ciò che si diventerà.

Si tratta di una fase scomoda e per questo la maggior parte delle persone cerca di evitarla. Desideriamo la rinascita senza però essere obbligati ad attraversare la perdita. Vogliamo una nuova identità senza dover rinunciare ai vantaggi, seppure minimi, della vecchia immagine di noi stessi. Questa vecchia identità continua a farci sentire al sicuro perché forse genera ancora approvazione, o perché ci offre una buona dose di prevedibilità e ci fornisce un alibi quando le cose sembrano non funzionare (la classica frase ‘sono fatto così’).

Se saltiamo questo passaggio, restiamo quasi sempre a metà del percorso. Una sorta di compromesso tra chi eravamo e chi vorremmo essere. Questa condizione non soddisfa nessuna delle opzioni possibili e spesso viene scambiata come fallimento mentre, in realtà, è soltanto un tentativo abortito di cambiare vita.

Eraclito diceva che ‘non ci si bagna due volte nello stesso fiume’ poiché il fiume cambia continuamente la sua acqua. E così siamo noi: cambiamo ad ogni istante anche se in modo impercettibile.

L’affermazione di Eraclito e la lettura che ne è stata fata nei secoli, richiama il principio del panta rhei, ‘tutto scorre’. Così, quell’immagine evocativa si è estesa anche a chi il fiume lo attraversa: se tutto è mutamento, a cambiare non è solo l’acqua, ma anche chi vi si immerge, istante dopo istante. La resistenza al cambiamento intenzionale nasce dunque da un’illusione opposta: quella di vivere un sé stabile che deve essere difeso da ogni erosione. Ma il sé non è mai stato stabile. È stato, piuttosto, ripetuto abbastanza a lungo da sembrarlo.

Un valido strumento per attraversare la soglia

Per attraversare questo passaggio, quando non riusciamo a trovare la forza e la volontà di avviare razionalmente il cambiamento che desideriamo, possiamo utilizzare uno strumento che io definisco efficace e originale, per la sua struttura semplice ma incisiva.

Sto parlando della Tecnica Pure.

La Tecnica Pure è un metodo ideato da Frederick Dodson (coach, scrittore e conferenziere internazionale famoso per aver concentrato il suo lavoro sullo sviluppo di tecniche per creare la propria realtà – Reality Creation). Dodson parla della Tecnica Pure nel suo famoso libro “Universi paralleli del Sé” che ho avuto modo di leggere e apprezzare tempo fa (cliccate sulla copertina per leggere la sinossi).

Questo metodo (Tecnica Pure), consiste nell’immaginare con precisione, non con una vaga aspirazione ma in modo il più possibile dettagliato, la versione più autentica di noi stessi che desideriamo diventare e iniziare ad agire come se esistesse già. L’importante è iniziare sin da subito, non domani o ‘quando ci sentiremo pronti’.

Agire da subito, dunque, già nelle scelte minime: come si risponde ad una mail, come si affronta una discussione, cosa si accetta o cosa si rifiuta. Tutto ciò adottando la nuova ‘modalità’ di essere, secondo le caratteristiche ‘nuove’ che vorremmo acquisire ed agire. Secondo, cioè, la nuova immagine di noi che desideriamo attuare.

In sostanza si tratta di mettersi a tavolino con carta e penna, per stabilire a priori che tipo di persona vogliamo diventare. Il metodo suggerisce di fare un elenco delle qualità che la nuova versione di noi stessi dovrebbe possedere. Se siamo timidi potremmo mettere in elenco la caratteristica opposta, ovvero “essere espansivi e solari”. Gli esempi potrebbero continuare all’infinito e ciascuno è chiamato, in questo caso, a fare una riflessione profonda sulla propria personalità per individuare che cosa vorrebbe cambiare e perché.

Conoscere il perché desideriamo essere diversi, è infatti il miglior motore per attivare il cambiamento che stiamo cercando. Quindi, costruire un’istantanea precisa di come desideriamo essere. Sembra semplice ma non lo è. Il punto delicato è la differenza tra immaginare e fantasticare. Fantasticare tiene la versione desiderata di noi a distanza, collocata in un futuro indefinito che ci protegge dal rischio di provarci e fallire.

Immaginare con precisione, nel senso in cui lo intendo qui, significa invece costruire un’immagine abbastanza dettagliata da generare istruzioni comportamentali immediate: non “vorrei essere più sicuro di me”, ma “la persona che voglio essere, in questa riunione, in questa situazione, direbbe questa frase invece di restare in silenzio”, e ciò vale per qualunque circostanza, dall’ambito professionale ma anche relazionale, anzi, soprattutto relazionale.

La differenza tra le due formulazioni non è stilistica. Una resta un “desiderio”. L’altra diventa un’azione verificabile oggi stesso.

Una precisazione è d’obbligo. Chi è soddisfatto di come vive (e soprattutto si riconosce pienamente nella propria personalità/essenza), non ha alcun bisogno di cambiare. Non è un’affermazione consolatoria: la trasformazione ha senso come risposta a una distanza reale tra chi si è e chi si vorrebbe essere o diventare, non come imperativo universale da applicare a prescindere. Detto questo, c’è un esercizio che vale la pena conoscere anche per chi non sente urgenza di cambiare nulla, non per necessità, ma per curiosità verso sé stessi e verso il mondo.

Diogene di Sinope, il filosofo cinico, non si limitava a teorizzare il distacco dalle convenzioni: lo metteva in pratica fisicamente. Viveva in una botte, mendicava il cibo, si esponeva volontariamente al freddo e alla fame. Questa sua scelta non era motivata dalla decisione di infliggersi punizioni o per mortificare la propria persona. Diogene la considerava piuttosto come una sorta di “allenamento” (askesis) per imparare a non dipendere da nulla di esterno. Il cambiamento di condizione, per lui, non era un incidente da subire ma una disciplina scelta: una specie di palestra per verificare quanto, delle proprie certezze, fosse davvero necessario e quanto invece solo abitudine mai messa alla prova.

Applicare questa logica su piccola scala (ovviamente non è necessario imparare a vivere in una botte!), significa scegliere deliberatamente, per un tempo limitato o almeno per il tempo che riteniamo utile a questo tipo di esperienza, di comportarsi in un modo che non è il proprio: cambiare un’abitudine consolidata, adottare temporaneamente un tratto di personalità che normalmente non ci si concede, cercare una situazione che richieda una reazione diversa da quella automatica. Non per diventare qualcun altro in modo permanente, ma per scoprire cosa, di ciò che crediamo sia fisso in noi stessi, è in realtà negoziabile. È un esercizio che restituisce qualcosa anche a chi non ha alcuna urgenza di cambiare: la prova diretta, non teorica, che l’identità attuale è una delle tante forme possibili di noi stessi, non l’unica disponibile.

La ‘corporeità’ come luogo del cambiamento

Non stiamo parlando di pensiero magico o illusione. È una sorta di anticipazione incarnata. Si comincia a comportarsi come chi vogliamo diventare PRIMA di sentirsi/percepirsi come quella persona, e il ‘sentirsi’ arriva dopo, come conseguenza, non come pre-condizione. Questa sequenza (agire prima di sentire) ribalta l’intuizione comune secondo cui bisognerebbe prima risolvere internamente un blocco e solo dopo cambiare comportamento. Dodson, con la sua tecnica “Pure”, afferma che non è necessario seguire questo schema. Di norma, infatti, accade quasi sempre il contrario: è il comportamento ripetuto che porta a modificare gradualmente la rappresentazione interna, non viceversa.

Alcuni filoni di ricerca nel campo delle neuroscienze e in psicologia cognitiva, si occupano di indagare la plasticità cerebrale e la relazione che intercorre tra rappresentazione interna e comportamento, oltre a valutare i meccanismi con cui le persone inferiscono i propri stati interni osservando le proprie reazioni.

Questi studi offrono un terreno coerente con la Tecnica Pure: il cervello tende a ridurre la distanza tra l’immagine che ci costruiamo di noi e le azioni che compiamo, rinforzando i circuiti coinvolti nei comportamenti ripetuti. Non si tratta della dimostrazione che sia sufficiente immaginare per trasformarsi. È piuttosto un’indicazione che l’azione coerente con l’immagine interiore ha un peso reale, non solo simbolico e che il corpo, con la sua ripetizione ostinata di gesti nuovi, è spesso più efficace della sola introspezione nel produrre un cambiamento duraturo.

Più che eccezioni, dimostrazioni

Le persone che sono riuscite a reinventarsi completamente, sia a trent’anni come a sessanta e oltre, cambiando lavoro, relazioni, città e il modo in cui si raccontano, non sono casi isolati da ammirare e idealizzare e neppure eccezioni o esempi fortunati che hanno potuto contare su circostanze favorevoli.

Sono la prova reale e concreta di un meccanismo a disposizione di chiunque. Questo meccanismo è la volontà di diventare chi desideriamo essere. Quando questo desiderio supera la paura di cambiare, produce dei risultati straordinari; misurabili e non solo pure intenzioni, seppure migliori e motivanti.

Ciò che caratterizza queste intenzioni, molto spesso, non è il punto di partenza, che può essere modesto, tardivo o sfavorevole, ma la reale disponibilità a tollerare la fase di soglia; quel periodo scomodo in cui non si è già più chi si era, ma non si è ancora percepiti, nemmeno da se stessi, come chi si sta diventando.

Un processo, più che un evento.

L’identità personale non è un dato di fatto calcificato, stabilito una volta per tutte. In realtà è un vero e proprio processo trasformativo. E come ogni processo può essere guidato o subìto. La differenza, dunque, non è se cambierà la nostra situazione di vita, perché cambierà comunque, con o senza il nostro consenso. Qui si tratta di chi ne avrà tenuto le redini. Pensare alla propria identità come ad una narrazione in corso, piuttosto che come sostanza/essenza fissa da scoprire e proteggere, cambia totalmente il tipo di domanda che ha senso porsi.

Non più quindi “chi sono davvero”, come se esistesse una risposta definitiva, sepolta da qualche parte e da riportare alla luce ma, “chi sto scegliendo di diventare con le azioni di oggi”.

Si tratta di una domanda che restituisce autodeterminazione e capacità di agire laddove l’altra, spesso, restituisce solo attesa passiva. Una sorta di “reincarnazione” in vita.

“Se potessi essere, da domani, la versione più autentica di te, qual è la prima, piccola cosa che faresti oggi come quella persona? E cosa, esattamente dovresti smettere di fare perché quella persona possa avere spazio per esistere?”

Nessuno diventa un’altra persona per intero e in un solo momento. Si diventa un’azione alla volta, finché quell’azione smette di essere una recita e diventa un’abitudine; e l’abitudine ripetuta abbastanza a lungo, smette di essere imitazione e diventa identità.

Non esiste il giorno in cui la “trasformazione” si compie. Esiste solo il giorno in cui si smette di aspettarla.

Buona Ri-nascita!

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4 risposte

  1. Andrea Salimbeni ha detto:

    Non so io abbia frainteso, ma con la tecnica Pure mi è venuto in mente Lü Dongbin (uno degli otto immortali) che l’ha sostanzialmente applicata per mezzo di un sogno. Sognando come sarebbe stata tutta la sua vita seguendo i suoi desideri prettamente personali e scoprendo che sarebbe finita totalmente in tragedia, al suo risveglio ha intrapreso la strada delle sue aspirazioni più “interne”. Più che scoprire come sarebbe voluto essere, ha capito cosa non sarebbe voluto essere.
    Non conoscevo questa tecnica, ma ha sicuramente tanti punti in comune con la mia pratica, e in effetti hai scritto che è stata creata da un coach (quindi si parte da situazioni abbastanza analoghe).

    Grazie!

    • Credo che tu abbia colto la radice della questione, ovvero che gli antichi insegnamenti sono sempre alla base di qualunque teoria possiamo sperimentare nei nostri tempi. E in realtà si può fare anche il processo inverso, come spieghi, “ha capito cosa non sarebbe voluto essere”. Credo che Dodson abbia avuto il pregio di rendere fruibile il concetto utilizzando il linguaggio moderno anche se, a dire la verità, io trovo più che comprensibile anche ciò che affermano gli stoici dell’antichità che trovo estremamente attuali. Nell’articolo cito Diogene (appartenente ai cinici) solo per ribadire che è possibile mettersi volontariamente in una condizione di cambiamento evolutivo (cosa che lui faceva di continuo e in modo radicale). Gli stoici presero l’ideale cinico della forza d’animo e dell’indipendenza dalle cose esterne di Diogene, ma lo ripulirono dagli eccessi e dalle provocazioni stravaganti che lui aveva utilizzato, rendendolo una filosofia applicabile alla vita di tutti i giorni.
      Grazie sempre per il tuo contributo!

  2. Andrea Salimbeni ha detto:

    Grazie a te! Non fa statistica, ma i cambiamenti più importanti li ho avuti proprio col “metodo Diogene” (ovviamente scalati e adattati). Anche con esempi che hai citato: sono timido, mi butto a una festa; sono “asociale”, mi obbligo a uscire tutti i giorni. Sperimentando l’estremo si trova un equilibrio più centrato. Giusto per confermare “in piccolo”, ripeto, un caso non fa granché statistica”. Un periodo mi aveva anche solleticato l’idea di un libro che girava al tempo: lasciare ogni scelta al tiro del dado. Anche questa un po’ radicale, ma sicuramente smuove dalla zona di comfort ^^

    • Eccomi. Non farà statistica, anche se io dico che un esempio concreto fa più di mille teorie, ma all’atto pratico la tua esperienza ci dice che “si può fare”! Dovremmo tutti, in base al contesto in cui viviamo e alle energie di cui disponiamo (e che si possono sempre incrementare), sfidare la nostra tendenza alla staticità. Certo non abbiamo la possibilità di dirigere gli eventi nella direzione che auspichiamo (in qualche raro caso è possibile), però possiamo imboccare un sentiero e adattarci strada facendo al paesaggio che ci mostra, mentre lo percorriamo. Grazie per la condivisione.

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