Stiamo ottimizzando la nostra vita. E nel frattempo, la stiamo perdendo.

Non siamo stanchi di ciò che abbiamo fatto oggi. Siamo stanchi di tutto quello che non abbiamo fatto. Perché la vera stanchezza non viene da ciò che hai fatto — ma da tutto quello che continui a rimandare.

Sto leggendo un libro interessante: “L’ansia del tempo – Liberarsi dall’urgenza perenne e ricominciare a vivere” di Chris Gillebeau – RoiEdizioni.

Lo trovo molto istruttivo perché tratta l’argomento in modo profondo e per nulla scontato. Condivido alcune riflessioni scaturite dalla lettura che spero possano stimolare maggiore consapevolezza.

Credo che ognuno di noi si sia confrontato, almeno una volta (ad essere ottimisti), con questo tipo di urgenza.

C’è un momento preciso in cui l’ansia del tempo arriva. Non sempre è il lunedì mattina con tre riunioni in agenda. A volte arriva di notte, in silenzio, quando tutto si è fermato e dovremmo stare bene, goderci il meritato riposo.

È la sensazione che la vita stia andando avanti — senza di noi.

Stiamo facendo. Stiamo correndo. Stiamo producendo. Eppure qualcosa non torna. La versione di noi che volevamo diventare aspetta ancora. I progetti che contano davvero restano fermi. Le relazioni importanti vengono lasciate in un angolo, rimandate. E intanto la lista cresce.

Anch’io ci sono dentro. E probabilmente lo sei anche tu.

Chris Guillebeau, nel suo libro L’ansia del tempo, chiama questo stato con un nome preciso. E soprattutto ci mostra qualcosa che cambia tutto: il problema non è la mancanza di ore. È il nostro rapporto con esse.

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Il tempo che manca non è quello dell’orologio

Guillebeau distingue due forme di ansia del tempo che quasi tutti sperimentiamo, ma che raramente sappiamo riconoscere per quello che sono.

La prima è quella quotidiana: “Non ci bastano ventiquattr’ore.” È visibile, rumorosa, gestibile, almeno in apparenza. Si risponde con agende più rigide, con la sveglia anticipata, con liste più dettagliate.

La seconda è quella esistenziale: “Sto sprecando la mia vita.” Questa è più silenziosa, più radicata. Non si risolve con un’app che ci ottimizza la produttività. Arriva quando ci fermiamo abbastanza a lungo da sentirci davvero, e ciò che sentiamo non ci piace.

La distinzione è fondamentale, perché le soluzioni sono completamente diverse. Continuare ad applicare strategie operative a un problema esistenziale è come mettere un cerotto su una frattura. Tiene per una manciata di secondi, poi cede.

La domanda vera non è: “Come faccio a fare di più?” La domanda vera, quella che fa paura, è: “Perché mi sento sempre in difetto rispetto alla mia stessa vita?”

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Il mito del “mettersi in pari”

Esiste una fantasia collettiva su cui molti di noi costruiscono le proprie giornate: quella di arrivare, un giorno, a essere in pari.

La casella email vuota. La to-do list completata. I progetti chiusi. Tutto in ordine. E finalmente, finalmente, potersi fermare e respirare.

Guillebeau lo dice senza giri di parole: quel momento non arriverà mai. Non perché siamo inefficienti. Ma perché il sistema è progettato per essere sempre più grande di noi. Le richieste crescono con la capacità che abbiamo di rispondere ed evaderle. L’accessibilità genera aspettative. La produttività genera nuovi compiti.

Aspettare di essere in pari prima di vivere è rimandare la vita a un giorno che non esiste.

Il cambio di paradigma proposto è radicale quanto semplice: smettere di inseguire la completezza. Imparare a convivere con le liste incomplete, con le cose non fatte, con i “ci penso domani” necessari. Non come resa. Come scelta adulta e consapevole.

E, dettaglio non banale, imparare a fare le cose abbastanza bene. Non tutto merita il cento per cento. Riservare l’eccellenza a ciò che conta davvero è una forma di rispetto verso noi stessi, non una scorciatoia.

E se ti stai chiedendo se questo valga anche per te: sì. Vale soprattutto per te.

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Le regole che nessuno ci ha insegnato — ma che seguiamo da sempre

Questa è forse la parte del libro che colpisce di più. Guillebeau introduce il concetto di “regole del tempo”, quelle norme implicite, non scritte, che governano le nostre giornate senza che ce ne rendiamo conto.

“Rispondo ai messaggi entro un’ora.” “Non mi fermo finché non ho finito.” “Essere occupati è un segno di valore.” “Chiedere aiuto è una debolezza.” “Se ho tempo libero, lo sto sprecando.”

Nessuno ci ha mai detto queste cose esplicitamente. Le abbiamo assorbite. Dall’ambiente familiare, dalla cultura lavorativa, dal confronto costante con gli altri. E ora le seguiamo come se fossero leggi naturali, quando in realtà sono costruzioni.

Il problema non è che queste regole esistano. Il problema è che non le abbiamo mai scelte.

Guillebeau invita a un lavoro preciso: portare alla luce queste regole, esaminarle una per una, e chiedersi, per ciascuna, chi ne beneficia davvero.

Non siamo al servizio delle regole del tempo. Le regole del tempo dovrebbero essere al nostro servizio.

Fermati un momento. Quali sono le tue? Quali di esse stai seguendo per paura del giudizio altrui, invece che per scelta autentica? Riscriverle non è diventare irresponsabili, è libertà.

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La verità che cambia tutto: il tempo è finito

Nella parte più coraggiosa del libro, Guillebeau smette di girare intorno al punto e lo dice direttamente: il vero problema è che moriremo.

Non è una provocazione. È la premessa che tutto il resto richiede per avere un senso.

Viviamo come se il tempo fosse illimitato. Come se ci fosse sempre un domani in cui fare le cose che contano, diventare la persona che vogliamo essere, avere le conversazioni che abbiamo rimandato. Questa illusione, comoda, rassicurante, è anche la fonte principale della nostra paralisi.

L’ansia del tempo nasce proprio da questo: dall’evitare lo sguardo sulla propria brevità, sulla nostra “finitudine” (passatemi il termine), riempiendosi di urgenze fittizie. Siamo sempre occupati perché stare fermi significherebbe confrontarsi con domande a cui non vogliamo rispondere.

Ma quando accetti che il tempo è finito, qualcosa si riordina da solo.

Le priorità diventano più nitide. Il coraggio di dire no aumenta. La tolleranza per le cose che non aggiungono nulla si riduce. E soprattutto: smetti di rimandare ciò che conta davvero, perché sai, davvero sai, che non c’è tempo infinito in cui farlo.

Guillebeau propone anche uno strumento potente: invece di pianificare la giornata, prova a pianificare l’anno. La prospettiva più ampia ridimensiona l’urgenza del singolo martedì mattina e ti aiuta a vedere dove stai andando, e se è davvero dove vuoi andare.

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Cosa fare: ripartire da dentro

Il libro va oltre la riflessione. Ogni capitolo porta con sé un esercizio concreto. Nessun trucco, nessuna scorciatoia rapida. Non espedienti o soluzioni furbe per aggirare il problema. Pratiche che richiedono onestà, con se stessi, prima di tutto.

Riconoscere la nostra cecità temporale. Non percepiamo il tempo in modo accurato. Lo distorciamo, tendiamo a dilatarlo quando siamo annoiati, lo comprimiamo quando siamo sotto pressione. Imparare a osservare questo meccanismo è già un passo verso una relazione più sana con le proprie giornate.

Fare l’inventario delle proprie “regole del tempo”. Scriverle. Tutte. E per ognuna chiederti: l’ho scelta io? Mi serve ancora? Chi sarei senza questa regola?

Gestire l’energia, non solo il tempo. Il tempo è una risorsa fissa. L’energia è gestibile. Capisci quando sei al massimo, cosa ti drena, cosa ti ricarica, e costruisci le tue giornate attorno a questa consapevolezza invece che attorno a un orologio.

Il Tuodì — l’ottavo giorno della settimana. Uno spazio regolare, sacro, tutto tuo: non per fare di più, ma per tornare a te stesso. Per pensare, creare, respirare, scegliere.

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La domanda che questo libro lascia aperta

L’ansia del tempo non è un problema di gestione. È una questione di relazione,  con il tempo, con se stessi, con ciò che si sceglie di fare di una vita finita.

Il messaggio centrale di Guillebeau è semplice e rivoluzionario insieme: smettiamo di vivere di urgenze. Svegliamoci dalla trance dell’essere sempre occupati. Riappropriamoci del nostro tempo, non ottimizzandolo, ma scegliendolo.

Non si tratta di fare meno. Si tratta di fare ciò che conta, da uno stato di presenza e intenzione invece che di paura e reattività.

Anch’io sto lavorando su questo. Ogni giorno.

Allora, prima di aprire la prossima notifica:

Quali regole del tempo stai seguendo senza averle mai scelte?

E quale vita ti stanno facendo perdere?

Vitiana Paola Montana© – 2026


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2 risposte

  1. Andrea Salimbeni ha detto:

    Grazie per questo articolo! Tra tutte le cose, credo che ritagliarsi il proprio spazio personale sia un vero e proprio atto di ribellione al giorno d’oggi e potrebbe davvero cambiare la vita di tante persone. Allo stesso tempo, per chi è completamente inserito nel meccanismo è complesso e probabilmente non basta una scelta ma è necessario un vero e proprio percorso.

    A presto,

    • Grazie Andrea per il tuo contributo. Mi trovi d’accordo su quanto esponi. Non è semplice spiegare questo concetto poiché si rischia di scivolare nell’ovvio ma ritengo sia fondamentale sollevare la riflessione. L’intento è sempre quello di far riflettere chi legge e, al tempo stesso, ricordare a noi stessi che il tempo che ci è stato concesso è prezioso. Un caro saluto.

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